Melozzo nacque a Forlì nel 1438.

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Melozzo nacque a Forlì nel 1438.  Della sua prima formazione non sappiamo molto, se non che fu discepolo del giottesco Baldassarre Carrari il Vecchio. Certamente, a Forlì aveva fatto impressione, poi, anche l’opera di un altro discepolo di Giotto, Guglielmo degli Organi, che aveva affrescato, tra le altre cose, la chiesa di San Domenico. Possiamo anche pensare ad un ambiente forlivese dominato da Ansuino da Forlì, che aveva preso parte all’impresa della chiesa degli Eremitani a Padova, riportando a Forlì la maniera di Andrea Mantegna, da cui Melozzo derivò una linea tagliente e incisiva, l’uso degli scorci e l’attenzione all’espressività delle figure. Ebbe inoltre molta familiarità con Giovanni Santi, il padre di Raffaello.

Dal 1464 lavorò a Roma nella basilica di San Marco, inglobata, a partire dal XV secolo, in Palazzo Venezia, dipingendo gli affreschi con San Marco Papa e San Marco Evangelista.

Forse tra il 1464 e il 1465 collaborò con Antoniazzo Romano alla decorazione ad affresco della cappella Bessarione nella basilica dei Santi XII Apostoli, sempre a Roma. Dal 2008 gli affreschi sono nuovamente visibili.

Dal 1465 al 1475 fu a Urbino a contatto con l’opera di Piero della Francesca, di cui fu allievo riprendo l’impostazione monumentale della figure. La presenza di Melozzo ad Urbino lasciò una chiara influenza su Giusto di Gand, che vi giunse circa nel 1473, e su Pedro Berruguete, che vi arrivò dopo il 1474. Melozzo alla corte dei Montefeltro approfondì lo studio della prospettiva in senso illusionistico. A Urbino, si ritiene probabile, ma non certo, che abbia lavorato anche nella pittura dei ritratti di uomini illustri nello studiolo del Duca. In particolare, a Melozzo “probabilmente risaliva l’inquadratura architettonica della biblioteca e dello studiolo”.

Al Melozzo Carlo Grigioni attribuisce anche il Ritratto di Federico da Montefeltro col figlio Guidobaldo, dovuto, secondo altri, o a Giusto di Gand o a Pedro Berruguete.

Del periodo urbinate è la frammentaria tavola con il Salvator Mundi dove accanto alla fisionomia di tipo mantegnesco si nota nella resa monumentale delle figura l’influenza di Piero mentre il soggetto è tipicamente di origine fiamminga.

Tra il 1466 e il 1470 sono datati i due frammenti con Vergine annunciata e Angelo annunciante della Galleria degli Uffizi di Firenze.

Tra il 1484 e il 1493, ma secondo alcuni fra il 1477 e il 1479, realizzò l’affresco della cupola della sagrestia di San Marco nella basilica della Santa Casa di Loreto, commissionato dal cardinale Girolamo Basso della Rovere. È uno dei primi esempi di cupola decorata sia con figure sia con elementi architettonici, fortemente influenzata dalla Camera Picta di Andrea Mantegna: il progetto prevedeva di disporre una serie di figure all’interno del catino, scorciate per una corretta visione dal basso, e inserite in cornici con rilievi in finto stucco, in modo che l’architettura dipinta sembrasse la continuazione dell’architettura reale. Per lo scheletro architettonico dipinto, realizzò una serie di costoloni e cornici convergenti verso la sommità della cupola, che circondano finestre aperte su un cielo, entro le quali si trovano angeli con le ali spiegate, recanti simboli della Passione.

Alla base della cupola, sopra la terminazione del tamburo e sotto gli angeli, dipinse su ogni vela otto Profeti seduti su un cornicione dipinto e inclinati in avanti, verso il basso, in modo che i volti mostrino il lato inferiore. Verso la sommità della cupola melozzo dipinse un circolo di cherubini e serafini con al centro, sopra la testa dello spettatore, lo stemma del committente circondato da un festone.

Più che mai convincenti sono le figure sospese illusionisticamente nel vuoto, ricreate forse studiando dei modellini in cera sospesi con dei fili, magari riflessi in uno specchio posato per terra. Melozzo non aveva però ancora compreso, come fecero poi Raffaello (nella cappella Chigi a Santa Maria del Popolo) e Correggio (a Parma), che se la veduta dal basso era adeguata per le figure alla base della cupola, per quelle al centro era necessaria una veduta assiale.

Ad Ancona, nel 1493, realizzò la decorazione di alcuni soffitti del Palazzo Comunale, risistemato tra il 1447 ed il 1542 da Francesco di Giorgio Martini, (perduti).

Successivamente tornò a Forlì dove, in collaborazione con uno dei suoi migliori discepoli, Marco Palmezzano, decorò la Cappella Feo della chiesa di San Biagio (distrutta nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale).

Nella Pinacoteca civica della città romagnola si conserva l’opera conosciuta come il Pestapepe, probabilmente eseguita per conto di un commerciante, forse come insegna dell’attività. A lungo attribuita all’autore forlivese, è stata posta in relazione con ambienti artistici ferraresi, forse opera di Francesco del Cossa.

Morì a Forlì nel 1494 e la sua tomba si trova all’interno della chiesa della Santissima Trinità.

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